Il linguaggio letterario

IL LINGUAGGIO LETTERARIO

 

Che cos’è il linguaggio letterario?

 

     Il linguaggio letterario fa parte di quei linguaggi cosiddetti speciali, in altre parole i linguaggi professionali, anche detti metalinguaggi o linguaggi tecnici, caratterizzati sia dall’uso della lingua comune che dal gergo usato da un gruppo sociale ben definito. Questi linguaggi particolari usano la totalità delle risorse linguistiche, grazie alle quali riescono a comunicare a chi possieda una serie di precondizioni linguistiche e di conoscenza della materia, elementi imprescindibili per la comunicazione all’interno di uno stesso sistema.[1]

     Fra i linguaggi speciali sono, per esempio, i linguaggi giuridico e amministrativo, scientifico-tecnico, umanistico, giornalistico, pubblicitario ed infine letterario. È proprio quest’ultimo la fonte d’ispirazione da cui è cominciato lo studio dell’opera drammatica oggetto di questa tesi: è il perno intorno al quale ruota l’analisi approfondita di un aspetto fondamentale dell’ultimo teatro di Federico García Lorca, il simbolismo. Prima di arrivare ad analizzare l’opera in sé, tratterò anzitutto il linguaggio letterario, in che cosa consiste e quali sono le sue principali caratteristiche.

     Il linguaggio letterario è, essenzialmente, la lingua scritta standard, arricchita però da un vocabolario che comprende parole poco usuali, come cultismi, arcaismi, barbarismi, voci insolite ecc., e caratterizzata da una forte attenzione verso la forma e lo stile. Infatti, a differenza di altri linguaggi che hanno come fine ultimo quello di informare e manifestare un punto di vista su un argomento specifico e di comunicare con il linguaggio che usano le istituzioni, l’autore di un testo letterario presta maggiore attenzione agli aspetti espressivi che a quelli comunicativi, mostrando interesse per la forma del testo e per il messaggio che deve trasmettere. In questo caso, quindi, l’autore dimostra una certa propensione per lo stile e mette in risalto la funzione poetica del linguaggio che assume un’importanza essenziale ai fini della comprensione di un testo.[2]

     La funzione poetica del linguaggio è evidente quando l’autore del testo dà rilievo al codice e alla forma del messaggio, trascurando gli altri fattori che compongono un atto di comunicazione, quali sono il mittente, il destinatario, il contesto, il contatto e il codice. Il linguaggio letterario è composto, quindi, di una successione di atti di comunicazione che permettono di esprimere emotività e soggettività. Esistono, a tal proposito, alcuni testi non letterari, ma appartenenti ad altri linguaggi speciali, che spesso si accostano al genere letterario, dando importanza al carattere soggettivo di un messaggio comunicativo. Il saggio, per esempio, quando mostra quest’aspetto soggettivo, può diventare un testo di carattere letterario; ugualmente, nel linguaggio giornalistico, alcuni testi argomentativi assumono la forma di un genere che si avvicina a quello letterario, ma non si può dire che si tratti di manifestazioni letterarie vere e proprie[3].

     I metalinguaggi sopra citati non attribuiscono tutti lo stesso valore alla parola, la quale assume significato in base alla funzione che gli si conferisce. Si distinguono due tipi di lingua: la lingua discorsiva e la lingua connotativa. Lo scopo del linguaggio discorsivo è quello di comunicare un messaggio senza arricchirlo con sfumature emotive o creatività. Per questo motivo, nei testi di questo genere la parola assume un valore denotativo e l’autore ci trasmette un messaggio obiettivo e imparziale. Non tutti i testi, però, comunicano un messaggio oggettivo: uno scrittore, per esempio, cerca di manifestare un messaggio fondamentalmente artistico e per arrivare a quest’obiettivo si avvale del linguaggio espressivo – letterario. Il fine di quest’ultimo è quello di far avvicinare l’autore alla creazione letteraria che corrisponde, inoltre, alla funzione estetica o poetica del linguaggio[4].

     È grazie alle creazioni letterarie che la parola assume un valore connotativo, attraverso il quale lo scrittore può manifestare sensazioni e lasciare la sua impronta nelle righe di un testo. I pensieri, la creatività, le emozioni, i desideri, i turbamenti e gli affanni, tutto ciò si manifesta attraverso una serie di risorse linguistiche, che riguardano l’ordine della frase, la costruzione grammaticale, il vocabolario, il significato dei vocaboli e la composizione fonica dell’enunciato.[5]

     In sintesi, il messaggio di un testo letterario si contraddistingue per il suo obiettivo principale, che consiste nel creare e produrre una sensazione di bellezza attraverso una lingua espressiva nella quale prevale il valore connotativo della parola. Un poeta e uno scienziato, per esempio, adoperano entrambi lo stesso sistema linguistico, ma in due maniere completamente differenti le une dalle altre: il poeta si serve di tutte le sfumature possibili che possiede un vocabolo, sfruttando così il valore espressivo della parola, mentre lo scienziato la impiega con il suo valore denotativo, limitandosi alla descrizione oggettiva e universale che scaturisce da una data voce[6].

     Per distinguere il linguaggio letterario da quello discorsivo, ci si serve di alcuni concetti, come la nozione di desvío e la nozione di desautomatización.[7]

     Il concetto di desvío nasce da diversi orientamenti metodologici e scuole critiche, che sostengono la tesi secondo cui il linguaggio letterario deve essere inteso come un allontanamento dalla lingua standard o comune[8]. Questa deviazione avviene rispetto alle regole del linguaggio comunicativo di uso quotidiano e presuppone determinate strutture, forme e procedimenti che trasformano il linguaggio letterario in un genere di linguaggio specifico e contraddistinto. Questa teoria appoggia, quindi, l’idea che la comunicazione letteraria sia diversa da quella non-letteraria ed è sostenuta, come ho già anticipato, da alcune scuole metodologiche. Tra queste, vi è la stilistica idealistica, il cui obiettivo è di spiegare il perché di questi tratti deviati. Secondo gli appartenenti a questa scuola di pensiero, il desvío del linguaggio letterario è caratterizzato principalmente dall’originalità spirituale e da un contenuto individualizzato che dalle novità formali ed espressive[9]. Tra i suoi sostenitori, la stilistica idealistica annovera il nome di B. Croce, che nel suo “Estética” del 1902 approfondisce i concetti di arte ed espressione e dà una definizione di linguaggio come un atto concreto, individuale e irripetibile.[10]

     Oltre alla stilistica idealistica, a sostenere la nozione di deviazione c’è anche lo strutturalismo, il quale si compone di orientamenti differenti al suo interno. La poetica strutturalista si distingue dalla stilistica per alcuni tratti metodologici: in quest’ultima, infatti, predomina il punto di vista dello stile dell’autore che viene sostituito nello strutturalismo dal punto di vista dello stile funzionale della letteratura che considera il linguaggio poetico come fenomeno generale[11]. Inoltre, la spiegazione del linguaggio letterario, secondo la linea strutturalista, va ricercata all’interno degli studi linguistici e non interessandosi ai problemi legati all’origine dell’opera, come accade nell’ideologia idealistica. Infine, ciò che contraddistingue le due correnti di pensiero è il punto di vista utilizzato: la poetica strutturalista si basa su un punto di vista sistematico, nel quale i ricorsi linguistici sono in relazione tra di loro all’interno di un sistema, al contrario della stilistica idealistica dove i procedimenti verbali sono separati. Da un punto di vista strutturalista, quindi, il desvío si riferisce alle strutture rispetto le quali il linguaggio si contrappone o si devierà.[12]

     Tra le nozioni che differenziano il linguaggio letterario da quello discorsivo, vi è anche il concetto di desautomatización, che non è molto diverso da quello di desvío, o deviazione. Questo concetto nasce dal movimento teorico letterario del formalismo russo che continuerà poi nella scuola di Praga: alla base dei loro studi sul linguaggio letterario non c’è la letteratura in sé ma l’idea di letterarietà, che, secondo Jakobson[13], va ricercata nella qualità della discordanza tra le forme del linguaggio artistico e quelle non artistiche. Questo principio si basa, quindi, sull’importanza che possiede la forma del messaggio all’interno del linguaggio letterario: infatti, la parola poetica è arricchita dagli innumerevoli processi fonici, sintattici e morfologici che la trasformano nello scopo principale del discorso.[14] La desautomatización è un allontanamento da tutte quelle strutture usate nella routine del linguaggio quotidiano che fanno parte di quella tipologia d’informazione automatizzata dove le parole sono solo espedienti per dire quello che vogliamo dire. I seguaci del formalismo russo sostengono, quindi, che il linguaggio poetico è frutto della somma di tanti processi linguistici che attirano l’attenzione sulla forma del messaggio affinché la percezione che si ha su di esso abbia una durata e una forza maggiori, soprattutto rispetto a quel tipo di linguaggio generato dagli usi quotidiani e caratterizzato da un forte automatismo.[15]

     In definitiva, le nozioni sopra citate di desvío e desautomatización evidenziano il principio della separazione tra lingua letteraria e lingua comune. Si presuppone, quindi, l’affermazione di un sistema speciale che coincide con il linguaggio letterario e che si differenzia da quello standard, quotidiano e colloquiale per l’impiego di mezzi linguistici con il fine di trasmettere il significato di un messaggio. Questa specificità qualitativa della letteratura definita come linguaggio non è accettata da buona parte degli studiosi di quest’ambito, che rinnegano non solo tale peculiarità, ma rifiutano l’idea di un distacco tra lingua comune e letteraria.[16]

     Il linguaggio della letteratura può essere definito come un uso linguistico distinto del registro o livello della lingua che esamina tutte le possibilità che può offrire il sistema linguistico[17]. I diversi registri linguistici sono identificati attraverso il processo della connotazione, che si oppone a quello di denotazione, legato all’oggettività e imparzialità del messaggio trasmesso. Il linguaggio assume un valore connotativo quando indica comportamenti e registri ed esprime sensazioni e idee, avvalorando la sfera della soggettività. In sintesi,

     «el código lingüístico común – el sistema de la lengua – ha de ser, necesariamente, el marco de referencia donde integrar lo literario, cuya especificidad no será sino una modalidad del uso del propio sistema; e incluso más, según E. Coseriu, la modalidad literaria es precisamente la que se propone actualizar todas las posibilidades funcionales del sistema lingüístico.»[18]

 

     Lo studio del linguaggio letterario richiede, quindi, un’indagine approfondita delle connotazioni che presenta il linguaggio stesso: si può analizzare la connotazione sia intesa come valore espressivo e affettivo, sia come livello o registro linguistico. Ci si riferisce, in entrambe le definizioni, all’espressione linguistica dei testi letterari, la quale è osservata secondo un criterio basato sull’emotività che scandisce poi l’azione e l’espressione dei procedimenti linguistici. Infatti, tali procedimenti che possiede la lingua non hanno lo scopo di evidenziare una manifestazione psicologica dell’autore, bensì l’obiettivo di rivelare come un linguaggio può diventare espressivo, soggettivo e connotativo attraverso di essi[19].

    Tuttavia, linguaggio connotativo e denotativo s’intersecano senza diventare l’uno il complemento dell’altro: il legame che li unisce consiste nel fatto che la connotazione ha come punto di partenza il contenuto e l’espressione del proprio segno denotativo. Da questa dipendenza, scaturisce una definizione fondamentale nello studio della teoria sul linguaggio: in altre parole, l’intera teoria linguistica dovrebbe prendere in considerazione la semiotica connotativa, poiché la sua peculiarità sta nel fatto che la comunicazione avviene grazie al contenuto e all’espressione di una semiotica denotativa[20].

     Da questa teoria linguistica così definita, si rivelano conseguenze nella teoria del linguaggio letterario. Poiché il linguaggio letterario è basato essenzialmente sull’utilizzo di segni connotativi, si può affermare che i contenuti di tali segni non sono altro che i contenuti dei segni denotativi arricchiti dall’incisività della loro espressione. Di conseguenza, si deduce che la lingua letteraria non può essere separata dal sistema linguistico, poiché è solo tramite il sistema della lingua, e quindi del suo codice denotativo, che si può realizzare il codice che regola il linguaggio letterario.[21]

     I segni connotativi sono segni specifici, il cui contenuto è differente dal contenuto ordinario che viene così ampliato grazie all’uso dell’espressività. Secondo gli studiosi di quest’ambito, tra i quali vi sono i nomi di Hjelmelsev, Flydal e Coseriu[22], discutere sul segno connotativo equivale a parlare del segno estetico o letterario, giacché si parla di connotazione quando si tratta il linguaggio letterario.

     La lingua adoperata in letteratura non utilizza solo i segni pertinenti al sistema linguistico, ma impiega anche i simboli. L’uso del segno come simbolo è uno dei principali mezzi artistici del linguaggio; nel linguaggio letterario, quindi, il segno linguistico ha la funzione di simbolo e come tale fa sì che sussista un legame motivato tra segno e realtà[23]. Da quest’unione nascono due tipologie di fenomeni artistici, che sono le relazioni di suoni legate all’espressione, come le onomatopee, e le relazioni di significato legate al contenuto, come le metafore e i tropi in generale.

     In entrambe le situazioni, l’interesse è rivolto sempre verso la realtà, o che parta dal piano espressivo con origine fonica, o che parta dal piano del contenuto con origine semantica[24].

     In conclusione, il testo poetico rappresenta, nel panorama linguistico, un impiego differente e creativo del sistema, dove gli elementi costitutivi, come fonemi e contenuti, si trasformano e si rendono diversi dagli altri utilizzi.

     La teoria linguistica della poesia si basa, quindi, sul concetto che il linguaggio letterario è un linguaggio creativo: può inventare nuove espressioni e contenuti, ma non fonemi e componenti, creare nuovi legami tra contenuto e espressione e fissare nuovi rapporti supplementari tra espressioni, contenuti e segni[25].

     Questa teoria, portata avanti da E. Coseriu, dimostra il fatto che il linguaggio poetico non è una deviazione o desvío dell’uso colloquiale del linguaggio. Afferma che ad essere una deviazione rispetto all’intera sfera del linguaggio è l’uso della denotazione, impiegata nel linguaggio comune, dove la connotazione e i legami tra contenuto e significato mancano totalmente.[26]


[1] J. Martín, R. Ruiz, J. Santaella, J. Escánez, Los lenguajes especiales, op. cit., pp XI – XVI (Prologo).

[2] Ivi, p. 274.

[3] Ivi, pp. 274-275.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 276.

[7] Ivi, pp. 277-285.

[8] Ivi, p. 277.

[9] Ivi, pp. 278-279.

[10] Ibidem.

[11] Ibidem.

[12] Ivi, p. 280.

[13] Roman Jakobson (Mosca, 11 settembre 1896 – Boston, 18 luglio 1982) è stato un linguista e semiologo russo naturalizzato statunitense. È uno dei fondatori della scuola del formalismo e dello strutturalismo. Tra le sue opere più importanti troviamo “Linguistica e teoria della comunicazione”, risalente al 1961, in cui Jakobson espone il suo studio sulla teoria della comunicazione linguistica. Questa teoria si basa sulle sei funzioni comunicative relative alla dimensione dei processi di comunicazione.

[14]Ivi, pp. 282-283.

[15] Ivi, p. 284.

[16] Ivi, p. 289.                                                                                                 

[17] Ibidem.

[18] Ibidem, p. 289. Come R. Jakobson, altri studiosi si sono interessati all’analisi del linguaggio e delle sue peculiarità, tra questi vi è il linguista Eugenio Coseriu, specializzato in filologia romanza.                                                                                                                                                                              

[19] Ivi, pp. 289-290.

[20] Ivi, p. 291.

[21] Ivi, pp. 290-291.

[22] Ivi, p. 292.

[23] Ibidem.

[24] Ivi, pp. 292-293.

[25] Ibidem.

[26] Ivi, p. 293.

 

(E’ severamente vietata la riproduzione e la diffusione di stralci o dell’intero articolo, poiché fanno parte di una tesi di laurea e il copia & incolla implica il reato di plagio.) 

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